Acqua alta a Venezia. «L’apocalisse di San Marco è già cominciata»

Danneggiati marmi, mosaici e colonne Il procuratore Pierpaolo Campostrini: «Eravamo a un passo dal dissesto». Un testimone: «Il mare è entrato da dietro, dalle finestre»

«Fàghe spassio…». Quand’è l’alba d’una notte da far tremare i santi, e tutt’intorno c’è solo Acqua Granda come non si vedeva dal ’66 e la cripta dei Patriarchi è diventata una piscina profonda un metro e venti e il nartece coi tornelli dei turisti sta sotto ormai da quasi un giorno e la prima luce ci fa specchiare tutti di vergogna nei mosaici fradici del pavimento, alle sette del mattino monsignor Angelo Pagan chiede di fare un po’ di spazio. Va nel retro della Basilica di San Marco, all’altare più protetto di San Teodoro. Sistema i crisantemi gialli. Mette in ginocchio tre-fedelissimi-tre, i soli puntuali e presenti alla messa del mattino, per nulla spaventati da quest’apocalisse. E inizia a celebrare: «Quello spassio, è la cappella invernale. È venuto utile. Eravamo in quattro, ma è stato come se pregasse tutta Venezia».

Acqua benedetta, maledetta acqua. Nella cattedrale della nostra New Orleans, colpita al cuore da un Big One che tutti prima o poi s’aspettavano e che nessuno ha saputo impedire, s’entra con gli stivali affondati all’anca. Un cartello galleggia, patetico, e invita i visitatori a mantenere silenzio e rispetto. Non c’è bisogno. Il rispetto, l’ha già ottenuto il mare offeso dall’impazzimento climatico. E là sotto, dove l’uragano a un certo punto ha sfondato i vetri e inondato il riposo degli antichi cardinali, nel silenzio tombale piangono solo le idrovore che tentano d’asciugare le lapidi patriarcali di La Fontaine, Cé, Milesi, Agostini, Trevisanato… «Da martedì mattina avevamo istituito i turni di presidio — racconta il professor Mario Piana, che nella Basilica è il proto e l’architetto d’ogni restauro —, ma noi eravamo pronti a un’acqua alta poco più che normale, non a questa roba». «Un’apocalisse», la definisce Pierpaolo Campostrini, procuratore della Basilica: «Siamo stati a un pelo dal dissesto, abbiamo rischiato problemi statici alle colonne». «Alla prima sirena stavamo a 145 centimetri e non mi sono preoccupato troppo — dice monsignor Pagan, il vicario —, poi è arrivata la seconda, la terza, l’allerta sms, 160, 170, 180… Io vivo qua sopra, alle undici di sera sono sceso in Basilica. C’era il proto con due uomini, nel buio ho dato una mano: abbiamo sollevato le panche del ‘600, spostato in alto le cose più preziose. Ma l’acqua che saliva era impressionante, spingeva da sotto: ho visto muoversi i tasselli mosaicali del pavimento».

Nel momento della furia, racconta un operaio, s’è provato a far barriera con quel che capitava fra le mani. E pareva ci si riuscisse: «Poi il mare ha fatto un giro strano ed è entrato da dietro, dalle finestre. Allagando tutto». Cavalloni da mangiarsi i leoni di San Marco. «C’erano onde che sembrava d’essere in riva al mare — arriva per un’ispezione il patriarca, Francesco Moraglia —, mai vista una cosa del genere». Nel palazzo di fronte, il direttore della Biblioteca Marciana guardava impotente dalla finestra. «I muri tremavano dalle raffiche di vento», è ancora impressionato Stefano Campagnolo: arrivato un anno fa da Cremona, s’è già beccato due fra le peggiori alluvioni della storia veneziana. I suoi tesori, dal testamento di Marco Polo ai manoscritti dell’Iliade, li ha messi in salvo ai piani superiori: «Ma sono stato sveglio tutta notte, c’era da aver paura anche solo ad affacciarsi. Appena ho potuto, sono sceso col led del telefonino a controllare i danni: per fortuna, s’è bagnato solo qualche facsimile ottocentesco». The day after, i segni visibili del disastro sono apparentemente pochi: le vetrate a pezzi, gli stracci bagnati sotto i ritratti dei patriarchi fatti Papi, Roncalli e Luciani. Nell’archivio della Cappella Marciana, la contralto Martinica Philipp stende come può gli spartiti inzuppati di mottetti e messe, una copia della «Bataille» cinquecentesca di Janequin: «Come tutti a Venezia, abbiamo imparato a tenere vuoti gli scaffali bassi».

Veneziani gran signori, ma qualche conticino bisogna pur presentarlo al premier Conte. «Perché viene qui?», s’incazza dall’altra parte della piazza Arrigo Cipriani: a mezzogiorno riaccende le luci del suo Harry’s Bar e non gli piace il catastrofismo, «restai aperto anche nel ’66, all’acqua alta siamo abituati, al cambiamento climatico non credo». La visita del premier non gli va giù, «aveva come ministro quel Toninelli che non ha fatto niente», e nemmeno gli altri: «In due minuti, Renzi ci ha tolto il magistrato delle acque…». Il disastro però c’è, anche se non si vede: «La Basilica ora sembra integra — spiega il proto Piana —, ma questa non è stata un’alluvione tipo Firenze, che travolge e distrugge. San Marco è come un paziente rimasto esposto alle radiazioni: il primo giorno, sembra non sia successo nulla; tra un po’, cadranno denti e capelli…». Le radiazioni sono l’acqua salata: «Non c’è stato il rischio d’un crollo della cripta. Ma la salsedine disgrega sempre più la materia delle colonne. Marmi tipo il rosso Verona o il verde antico ne soffrono, così come la matrice argillosa: con l’acqua si gonfiano, asciugandosi si restringono, e i danni si vedranno, eccome se si vedranno…». Impossibile prevedere la durata della terapia: «Se uno fa una radiografia, basta un po’ di latte. Ma se uno sta esposto a Chernobyl, e queste alluvioni ripetute sono Chernobyl, i danni s’accumulano nella loro enormità». Con Piana, da anni, una quindicina d’esperti controlla ogni giorno le fessure nella Basilica, i tasselli caduti, i muri sbriciolati: «L’apocalisse di San Marco è già iniziata», assicura. Sotto le navate c’è da spostare un bancone, pesantissimo. «Fàghe spassio». Ci provano in otto, nove col monsignore: Apocalypse Now, domani boh.