A Firenze le pietre della città parlano

Quattro passi per il capoluogo toscano, zona rossa che prova a resistere. Tra il dramma dei morti e quello dell’economia. No, senza il chiasso dei turisti non è diventata “più bella” Chiusi i ristoranti, i bar, i pub. Deserte le piazze della movida. Niente palestre, niente teatri, niente cinema. Ci ha pensato il Coronavirus a ridare ai residenti del centro storico il diritto di riposare. Ma per loro, dopo anni e anni di battaglie e di sconfitte, è come aver vinto la guerra conquistando un deserto”.

“Aseguito dell’ultimo splendido Dpcm, siamo costretti a sospendere la nostra attività di ristorazione. Riapriremo (si spera!) mercoledì 25 novembre”, dice la trattoria su viale Amendola, in un miscuglio di desolazione e inguaribile ottimismo. Nel frattempo, dopo lo “splendido Dpcm”, la Toscana è pure finita in zona rossa, e non perché qua siano ancora tutti comunisti. Venerdì scorso, l’indice Rt della Regione era il più alto d’Italia, 1.8, e il tracciamento dei contagi al 39 per cento, praticamente niente. Eugenio Giani ha provato flemmaticamente a lamentarsi con il governo, dicendo che sono dati vecchi e proteggendosi con “l’orgoglio toscano” già utilizzato contro Susanna Ceccardi in campagna elettorale a settembre. Stavolta, però, con l’orgoglio toscano ci si fa gli impacchi.

Piazza della Repubblica vuota e splendidamente assolata, con tutti i caffè storici chiusi e i dehor svuotati, sembra uscita da un panorama del Mago di Oz. Sole, silenzio e pietre. Strade vuote, dice Paolo Ermini, direttore del Corriere Fiorentino per 13 anni prima di essere forzatamente pensionato a un mese e mezzo dalle elezioni regionali, “ma non silenziose, perché le pietre della città parlano. Da secoli. E ora ci ammoniscono sull’apparenza della bellezza che ci avvolge. Chiusi i ristoranti, i bar, i pub. Deserte le piazze della movida. Niente palestre, niente teatri, niente cinema. Ci ha pensato il Coronavirus a ridare ai residenti del centro storico il diritto di riposare. Ma per loro, dopo anni e anni di battaglie e di sconfitte, è come aver vinto la guerra conquistando un deserto”.

La sera, dopo il tramonto, pare invece di essere in Io sono leggenda, nei panni del dottor Robert Neville, sopravvissuto a una spaventosa pandemia generata da un virus del morbillo geneticamente modificato. Gli umani infetti si nascondono nelle case. Tomaso Montanari brinderà probabilmente vedendo questa Firenze così “bella e accogliente”. Gli odiati turisti non si vedono, di nuovo, più. Tutto chiuso. Qualcuno probabilmente ha tirato giù il bandone per sempre.

I report del centro studi della Camera di Commercio di Firenze, aggiornati a novembre, consegnano una situazione agghiacciante. I settori più in sofferenza sono il sistema moda e il turismo. “Per l’anno in corso è possibile un calo del -10,5 per cento del valore aggiunto realizzato nell’Area metropolitana fiorentina”, calcolano alla Camera di Commercio. Il dato di consuntivo 2020 si collega alla caduta delle principali variabili di contabilità economica, “che hanno risentito notevolmente dell’ondata pandemica, con una forte perdita della domanda estera (-20,6 per cento e un export netto a -9,3 per cento), parallelamente ad un arretramento non indifferente della domanda interna, ma meno intenso; sul commercio estero hanno inciso il blocco degli ordinativi, le forti difficoltà logistiche e l’interruzione degli scambi all’interno delle catene del valore settoriali”. Per il 2021 sarebbe previsto un miglioramento dei consumi, legato al rimbalzo del prodotto, ma il centro studi della Camera di Commercio di Firenze ha elaborato uno scenario alternativo maggiormente negativo, “con un impatto maggiore sulla dinamica del prodotto locale che scenderebbe del 12,3 per cento per poi accelerare  nel 2022 e una ripresa che inizierebbe comunque in tono minore e con ritmi più contenuti nel 2021. Quindi si potrebbe ipotizzare un deterioramento di ulteriori 1,8 punti percentuali  (da -10,5 per cento a -12,3 per cento) dovuti in gran parte all’effetto derivante da una eventuale e probabile persistenza della zona rossa fino a fine anno, mentre il deterioramento del ciclo internazionale avrebbe un peso minore su questo ulteriore deterioramento”.

L’industria manifatturiera ha perso l’11 per cento nel primo trimestre, arrivando a -31 per cento a giugno. “Nel terzo trimestre ci aspettiamo un recupero che potrebbe perdere vivacità nel quarto in funzione di come sarà gestito il ritorno della seconda ondata pandemica. Sulla struttura manifatturiera temiamo effetti permanenti nella misura in cui le imprese, maggiormente fragili ed esposte, non in grado di resistere al periodo di inattività vadano ad incidere sulle modifiche nella struttura e sul livello della capacità produttiva, con il rischio di erodere fortemente lo stock di capitale produttivo”. Per le nuove imprese, il fisiologico turn over è stato annullato: in nove mesi il calo delle nascite delle nuove imprese è pari al 22,8 per cento.

Di notte, mi dice Nicola Carpentiero, giovane avvocato con un passato di studi in filosofia, “Firenze in lockdown mi ha fatto venire in mente La gazza di Monet. In questo celebre quadro il bianco della neve è il frutto di un’illusione ottica, dell’integrazione e sovrapposizione di numerosissime tinte. Insomma, il bianco che lo spettatore crede di vedere, in realtà non esiste in quanto tale. Credo sia così anche per la Firenze ‘sanza gente’ vista da vicino”. Infatti, il lockdown, dice Carpentiero, “ci ha mostrato chiaramente che senza le file di turisti davanti ai musei, la babele di lingue degli studenti provenienti da tutto il mondo che popolano le università e, perché no, gli schiamazzi notturni degli americani un po’ ubriachi, la bellezza di questa città in realtà non esiste, poiché Firenze non è solo una città, ma è anche un immaginario che appartiene al mondo intero, immaginario che è frutto della passione di tutte quelle persone che ogni anno visitano o vengono a vivere in questa città oppure che sognano di viverci o di visitarla, senza le quali la sua immortale bellezza ricorda piuttosto il sepolcro vuoto di hegeliana memoria”.

Umberto Montano, proprietario del Mercato centrale, una delle iniziative imprenditoriali più belle nate negli ultimi 10 anni in città (poi esportata a Roma e Torino), quando finì il primo lockdown percorse via dei Neri, a due passi da Palazzo Vecchio, e si mise a piangere a scroscio. Oggi ha chiuso tutti i suoi mercati. Quello di Milano, sul quale ha investito 20 milioni di euro e che doveva inaugurare l’8 aprile, non ha mai aperto. “Siamo pronti, il mercato è finito dobbiamo solo mettere il cibo nelle vetrine già accese. Ma non si può fare, bisogna aspettare il momento giusto”, mi dice Montano. Questione di responsabilità: “Quarantacinque mila morti non sono mica roba da poco. Se ci si sconvolge a sentire un incidente in auto di tre persone, come rimaniamo prendendo coscienza del numero di morti che ha causato questo schifo? Per guanto mi riguarda, quindi, non ci sono se o ma: dobbiamo adeguarci a quello che il conduttore del paese sceglie come metodo migliore per trascinarsi da questa spazzatura. Dobbiamo rispettare le regole che vengono imposte, anzi agevolarle un po’. Non è questione di colore politico. L’economia è un problema immenso, ma in un paese civile la vita umana viene prima di tutto. Questa è una peste della quale ci dobbiamo liberare il più presto possibile. In fondo la regola primaria del Comitato tecnico scientifico è semplice: state a casa, non fate crescere i contagi”. Il Mercato centrale, in San Lorenzo, è enorme, e di solito brulica di gente a qualsiasi ora del giorno. Ha soffitti alti 30 metri, è arieggiato, probabilmente sarebbe anche un posto sicuro, dice Montano, ma vedere quattro-cinque persone sedute a un tavolo “mi fa paura”. “Quindi per chi come noi può permetterselo, è un atto dovuto”. Altri non se lo possono permettere, e Montano lo capisce. Lui, intanto, ragiona sul 2021. Pensa di poter riaprire i mercati soltanto a inizio aprile e avere un cenno di normalità solo alle porte dell’estate. Milano lo aspetta, l’investimento è stato importante. A Firenze, a settembre, il mercato faceva meno 50 per cento di presenze, “un dato dignitosissimo e molto incoraggiante rispetto ai mesi precedenti”, quando il crollo era di meno 90 o meno 80. “Per me avere chiuso è l’unico modo per partecipare, in prima linea, alla più rapida uscita da questa situazione d’emergenza e quindi alla serenità della nostra collettività. Me lo dice la coscienza. Preferisco convincere la banca a darmi dieci euro di prestito in più che portare a casa dieci euro di incassi. Lo dico senza retorica, siamo in trincea. E questa è peggio di una guerra”. Il suo, ripete Montano mentre camminiamo per piazza Signoria, è un atto dovuto. “Anche perché altrimenti dove è tutta quella disciplina che è stata riconosciuta agli italiani durante il lockdown? Tutta quella autocelebrazione? Errori, sì, ne sono stati fatti mille nella gestione della pandemia, nel tracciamento, nell’app Immuni che è una vergogna. Quale che siano gli errori fatti, le persone tornano a morire. Se ne contagiano troppe. La disciplina quindi è un atto dovuto. Poi faremo i conti, litigheremo con chi fatto speculazione, con chi non ha lavorato correttamente. Ma dopo. Oggi chi deve guidare chiudi e noi ci adegueremo”.

Il caffè Gilli di Piazza della Repubblica, come l’attiguo Paszkowski, ha un cartello che annuncia a partire dall’11 novembre la chiusura al pubblico. “Con la speranza di rivederci presto!”, dice una scritta minuscola in fondo. Qualcuno non si può permettere di chiudere, resta aperto per l’asporto. Come la Fiaschetteria Nuvoli, dalla quale però sono spariti gli sgabelli dove la gente si mette a sedere con una schiacciata e un gottino di vino. Durante l’estate era stato il trionfo – incoraggiato dal Comune – dell’occupazione di suolo pubblico, con i tavolini in mezzo di strada per favorire l’afflusso di clienti all’aria aperta. Oggi quei tavolini sono spariti in fretta e furia. Resta l’ironia feroce di Firenze. Pampaloni, storica argenteria con il gusto per la satira, ha affisso un cartellone in vetrina con il “vaccino per negazionisti”: un cucchiaino a forma di serpente. Ne basta uno: “Da deglutire intero e subito scompaiono virus e impaziente”.

Mario Curia, raffinato editore d’arte, che vado a trovare nella sede della sua casa editrice Mandragora in via Capo di Mondo, un gioiello d’architettura contemporanea di 600 metri quadrati, è comprensibilmente avvilito ma non domo. Mandragora pubblica libri d’arte e in questo momento l’arte non vende perché la gente non gira e non compra nei musei. “Continuiamo la produzione editoriale, a seppur a scartamento ridotto perché gli autori non possono andare nelle biblioteche e nelle librerie. In più, come secondo mestiere gestiamo i bookshop nei musei. Siamo messi peggio degli alberghi. A settembre avevamo fatto un tentativo, perché il museo dell’Opera del Duomo aveva riaperto; sul piano economico è stato drammatico, l’abbiamo fatto solo per l’onore della bandiera. Come una fiammella accesa, tanto per rincuorarci e per darci forza. È una situazione veramente complicata, io credo che in generale non ci sia percezione di quanto sia profonda questa crisi”. Aggiunge, Curia, che “non veniamo da anni di vacche grasse. Sì, a Firenze c’era l’overtourism, ma se parli con i ristoratori non è che si sono fatti d’oro in questi anni. Il turismo è sempre di più bassa qualità, per cui anche se la città era piena non è che i consumi lo fossero altrettanto. Questa è stata la botta finale”. La stessa Mandragora ha preso un brutto colpo: il fatturato è calato dell’8o per cento. D’altronde, chi le compra le guide turistiche stando a casa? “Ho un amico che ha un albergo qui, un quattro stelle. Prima vendeva le camere a 240 euro a notte, poi le ha messe a 80-90, è rimasto aperto un mese o due, poi ha richiuso”, mi dice Curia sull’uscio della gigantesca porta a vetri della sua casa editrice. Quali saranno le conseguenze socio-economiche dell’emergenza sanitaria?

Non c’è bisogno purtroppo di aspettare molto. Basta leggere i dati sulla cassa integrazione forniti dal Centro Studi Confindustria Toscana. A Firenze, il dato del mese di settembre 2020 raggiunge i 3,7 milioni di ore (erano circa 170 mila le ore autorizzate a settembre 2019), di cui 2 milioni di ordinaria e 1,3 milioni di cassa in deroga. In Toscana, solo nel mese di settembre (ultimo dato disponibile) sono state autorizzate quasi 10 milioni di ore in Toscana (il dato di settembre 2019 era 292 mila ore). Sono per lo più ore di cassa integrazione ordinaria e in deroga con causale Covid. Chi può permetterselo, dà una mano ai propri dipendenti, anticipando gli stipendi. Chi non può, è costretto ad arrendersi. Simone Arnetoli, fondatore di Galateo, servizio di catering e ricevimenti, ha diversificato molto le attività in questi anni. Ha aperto il bistrò ToscaNino a Milano, poi a Firenze alla Rinascente e al The Mall, outlet di abbigliamento di lusso a 20 minuti nella campagna fiorentina, dove un tempo arrivavano stracarichi di turisti autobus neri dedicati alla transumanza. I locali, mi dice Arnetoli, sono tutti chiusi. “Per scelta abbiamo deciso di non fare delivery o asporto, anche perché sono attività talmente marginali che non potevamo tenere aperto solo per quello. Lo può fare qualche ristoratore che gestisce l’attività in prima persona, insieme alla famiglia. Ma le nostre attività sono tutte gestite dai nostri collaboratori e non sarebbe stato sostenibile tenerle aperte”. Purtroppo, dice Arnetoli, la cosa peggiore è stato il tira e molla su aprire e richiudere. Regina Bistecca, locale al Duomo, era stato riaperto solo a settembre perché ha solo posti a sede al chiuso. Ha dovuto richiudere subito. Forse sarebbe stato meglio non riaprire proprio, dice l’imprenditore fiorentino, che rispetto all’anno scorso ha perso il 70-80 per cento del fatturato. Arnetoli non ce l’ha con chi ha preso le decisioni sulle chiusure, anzi. “A differenza di tanti contestatori, io avrei chiuso molto prima. Quando il governo ci ha detto di chiudere alle 18 io l’ho capito e l’ho condiviso. I ristoranti sono luoghi sicuri, ma l’importante era bloccare la gente, non farla andare fuori. Ripeto, io avrei chiuso prima. E anche adesso chiuderei un po’ di più”. A che serve, per esempio, tenere i bar aperti con la gente che va a prendere il caffè d’asporto e se lo beve sugli scalini?, chiede Arnetoli. Se l’obiettivo è non far muovere le persone, il blocco deve essere insomma radicale. Prima si blocca tutto per davvero, prima se ne esce, insomma. Anche perché poi ci sarà un problema sociale enorme da affrontare. “Noi abbiamo 200 dipendenti, non può capire quanti ne abbiamo aiutati e quanti ne stiamo aiutando. Chi riceve 800 euro per la cassa integrazione non sa come fare a vivere”. Alcuni dei suoi collaboratori lavorano con Galateo da 25 anni, da quando esiste l’azienda. È come se fossero una grande famiglia. Ognuno ha i suoi bisogni, la sua storia. Chi ha da pagare l’affitto, chi il mutuo, chi ha i figli, chi ha la moglie che non lavora. “Abbiamo dato anticipi sugli stipendi futuri, ma alla lunga non so se riusciremo”. È sera, il sole è calato sui lungarni, Oz se ne va e resta la desolazione della leggenda.